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Site du "Manifesto per la difesa della psicanalisi"


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Carissimi firmatari del Manifesto e simpatizzanti della psicanalisi laica, si inaugura il sito del Manifesto per la difesa della psicanalisi.

Questo sito intende essere uno strumento di battaglia culturale nel quale affermare con decisione la teoria sostenuta nel Manifesto e uno strumento di raccordo fra le tante realtà italiane e europee che a diverso titolo collaborano con il Manifesto. Va nella direzione di una battaglia culturale a favore della psicanalisi quanto scrivo a proposito di una recente sentenza della Cassazione.

Il giorno 23 marzo 2011 la VI Sezione della Corte di Cassazione italiana ha emesso una sentenza contro il libero esercizio della psicanalisi in Italia, a partire da un caso di una psicanalista laica, sentenza che segue e ribadisce i contenuti di una sentenza precedente. Riporto il passo saliente: "Ed invero ... va ribadito il principio di diritto già richiamato da questa Corte di legittimità (cfr. Sez. 3, 24-4-08 n. 22268) secondo cui, ai fini della sussistenza del reato di cui all'art. 348 c.p., l'esercizio della attività di psicoterapeuta è subordinato ad una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale ed all'inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all'interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti). Ciò posto, la psicanalisi, quale quella riferibile alla condotta della ricorrente, è pur sempre una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali...Né può ritenersi che il metodo "del colloquio" non rientri in una vera e propria forma di terapia, tipico atto della professione medica, di guisa che non v'è dubbio che tale metodica, collegata funzionalmente alla cennata psicoanalisi, rappresenti un'attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie (ad es. l'anoressia) il che la inquadra nella professione medica, con conseguente configurabilità del contestato reato ex art. 348 c.p. in carenza delle condizioni legittimanti tale professione (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 17702 del 2004, Bordi)".

Va da se che questa sentenza va nella direzione contraria di quanto sostenuto dal Manifesto per la difesa della psicanalisi. Vorrei riprendere alcuni brani del manifesto per rispondere a questa sentenza. "Nel corso della sua storia la psicanalisi ha visto, fin dai tempi di Freud, nascere e crescere correnti, discussioni, associazioni e punti di vista diversi. Tuttavia non c'è alcun dubbio che qualcosa accomuna tutte queste correnti e costituisce il cuore della psicanalisi, ciò che segna il confine tra essa e tutto il resto: il riconoscimento della centralità dell'inconscio e delle sue manifestazioni (lapsus, atti mancati, sogni) come chiave per la comprensione del comportamento umano; il riferimento ad uno specifico setting analitico che, tramite il metodo delle associazioni libere e il lavoro di interpretazione, permette di far emergere l'inconscio, superare le resistenze e consentire al soggetto di prender posizione rispetto al proprio vissuto e al proprio desiderio; la considerazione e la valutazione del "transfert"; il fatto che l'analisi personale, e quindi la conoscenza del proprio inconscio, costituisce strumento privilegiato e passaggio fondamentale per diventare a propria volta psicanalisti.

L'insieme di questi elementi porta ad una conclusione, sulla quale si registra un'ampia convergenza da parte degli psicanalisti e delle persone che, a vario titolo, si occupano di psicanalisi: la psicanalisi è radicalmente "altro" rispetto agli altri settori che si occupano della psiche umana... Si può però dire che la psicanalisi nasce proprio là dove al posto della "terapia", volta ad eliminare un sintomo e ristabilire un ordine, più o meno precedente, di benessere, si inserisce il "cambiamento" e specialmente la "consapevolezza"...Quali che siano le discussioni e le divergenze all'interno del movimento psicanalitico e del dibattito intorno alla psicanalisi, essa si trova dunque costantemente di fronte ad un bivio: mantenere questa sua specificità e difenderla, oppure scivolare verso la negazione di essa e quindi morire, dissolta in una forma di psicoterapia". (pag. 3). La sentenza propone sia la totale medicalizzazione del discorso psicanalitico sia, e questo è anche peggio, la medicalizzazione della parola. Ripeto la citazione: "Né può ritenersi che il metodo "del colloquio" non rientri in una vera e propria forma di terapia, tipico atto della professione medica, di guisa che non v'è dubbio che tale metodica, collegata funzionalmente alla cennata psicoanalisi, rappresenti un'attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie (ad es. l'anoressia) il che la inquadra nella professione medica". Questa sentenza è "storica" per diversi motivi, ma il motivo più significativo mi sembra quello di inquadrare il "colloquio" in un atto medico. Tutto ciò ha enormi conseguenze. Dobbiamo intendere che chi va dallo psicanalista per motivi di "disagio" ovvero problemi coniugali, lavorativi, relazionali, affettivi, alimentari, dobbiamo forse intendere che in tutti questi problemi, che appartengono alla vita "umana" si tratta di "patologia"? Chi ha un problema con il fidanzato che non riesce a risolvere è "malato"? Siamo tutti malati? L'esempio della anoressia è funzionale alla interpretazione della sentenza: il disagio che l'anoressia esprime perché solo un medico sarebbe in grado di ascoltarlo? Per quanto riguarda gli atti medici collegati all'anoressia non c'è dubbio che siano di pertinenza medica, ma per quanto riguarda il disagio di cui il discorso dell'anoressica è portatore perché mai il medico sarebbe il più titolato ad ascoltare il disagio? E soprattutto: dobbiamo dare una definizione di disagio come una equivalenza della patologia psichica? Tutti coloro che provano un disagio esistenziale sono malati? Mi oppongo a questa definizione così medicalizzata e priva di "umanità" del disagio che ciascuno può provare in particolari momenti della vita, disagio tradotto immediatamente in patologia da curare medicalmente. Proponendo la sottoscrizione al manifesto ogni tanto qualcuno mi chiedeva: "Da dove nasce la necessità politica di questo manifesto?" La necessità politica di questo Manifesto nasce da una serie di denunce operate dall'Ordine degli Psicologi contro psicanalisti laici per esercizio abusivo della professione di psicoterapeuta, denunce alcune tutt'ora in corso (e si tratta di situazioni palesemente paradossali e ingiuste), alcune delle quali hanno dato origine a sentenze di assoluzione, poiché era chiaro ai giudici che hanno emesse le suddette sentenze che la legge 56/89 non riguardasse la psicanalisi (come è stato da più parti scritto e dichiarato). Questa sentenza della Cassazione invece "inverte" la tendenza. Questa sentenza è un sentenza palesemente sbagliata e ingiusta, che pretende "con la forza" di chiudere un dibattito teorico che in Italia e in molti altri paesi è attualissimo e riguarda l'essenza della psicanalisi: la psicanalisi è una psicoterapia? Veramente lo psicanalista quando lavora pensa al "risultato" ovvero a "rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali"? L'obbiettivo dello psicanalista è davvero la guarigione, come sarebbe per ciascun medico? Davvero lo psicanalista è il moderno medico dell'anima? E l'anima sarebbe da guarire? La psicanalisi sarebbe veramente una delle tante ancelle della medicina? Questa sentenza non può che essere contestata sia sul piano teorico che giuridico, perché pretende di chiudere una tradizione culturale italiana di psicanalisi non medica, che in Italia esiste da più di quaranta anni, e che ha dato un importantissimo contributo allo svecchiamento della cultura italiana. Le tradizioni culturali di un paese, benché minoritarie, o meglio, proprio perché minoritarie, non si devono chiudere "con la forza" ma al contrario devono essere salvaguardate dalla "prepotenza" della posizione "dominante". Nel caso che ha dato origine a tutta la vicenda giudiziaria che ha condotto a questa sentenza, la denuncia è partita da un Ordine Regionale degli Psicologi, ordine che ha perentoriamente affermato in tribunale, come se questo fosse il luogo di discussione più appropriato, che "la psicanalisi è la massima forma di psicoterapia". Non vi sembra che ci sia qualcosa che stride? Si tratta di opinioni a ogni livello, e certamente non dati di scienza "oggettivabili". Si tratta di un dibattito scientifico che certamente non deve avvalersi del tribunale per dirimere le questioni teoriche su cui si discute sin dalla nascita della psicanalisi. Queste sono polemiche prima di tutto culturali sulle quali si registrano diversi pareri e diversi approcci, anche professionali. E' giusto quando c'è un dibattito teorico rivolgersi al tribunale per vincere? Per "cancellare" definitivamente una concezione della psicanalisi non medica dal panorama italiano? E' giusto e soprattutto corretto che sia il giudice a dire che cosa è la psicanalisi? Come se il giudice potesse dire che cosa è la biologia, che cosa è la medicina, che cosa è la fisiologia, che cosa è la psicologia? Dobbiamo andare a lezione di sentenze per imparare che cosa è la psicanalisi? Inoltre è storicamente accertato, poiché esistono documenti che lo provano, che la volontà del legislatore era quella di escludere la regolamentazione della psicanalisi dalla legge 56/89. Questa interpretazione è stata condivisa dai giudici che hanno emesso le numerose sentenze di assoluzione nei confronti di psicanalisti laici. E' possibile che in un paese "civile" ci siano interpretazioni così discordanti di uno stesso articolo di legge composto di qualche riga? La certezza del diritto non dovrebbe essere la base di una civile convivenza? Non vorrei sottolineare solo le mancanze della sentenza, perché una sentenza è un atto politico complesso, che viene da lontano. In questo "lontano" stanno sicuramente l'arroganza degli ordini professionali, ma anche la miopia politica delle associazioni psicanalitiche italiane e degli psicanalisti stessi, che hanno sempre pensato (e quindi si sono sempre comportati di conseguenza) che le denunce nei confronti dei singoli psicanalisti fossero una questione "privata", che non riguardasse la "polis e quindi lo statuto teorico e professionale di ciascuno ma una "bega" personale. In questo modo si sono lasciati soli colleghi che mai avrebbero dovuto essere lasciati soli ad affrontare una forza assolutamente impari e, in alcuni casi, anche devastante (alcuni hanno cambiato paese come conseguenza del procedimento, nonostante fossero stati assolti con formula piena). Cito dal Manifesto: "Ogni volta che uno psicanalista finisce sotto processo per un fatto di per sé inesistente, è necessario avere chiaro che non si tratta di un processo ad un singolo, ma alla psicanalisi stessa". Concludendo: occorre riprendere in maniera decisa il ragionamento politico della psicanalisi. La prima proposta è innanzitutto quella di riprendere con decisione l'uso del significante "PSICANALISI LAICA". Quando abbiamo scritto il Manifesto per la difesa della psicanalisi ci siamo domandati a lungo se aggiungere "LAICA" al titolo del Manifesto. Poi abbiamo deciso che la psicanalisi è laica per definizione, quindi inutile precisare. La sentenza dimostra che invece è molto utile precisare. Ora cosa intendiamo per PSICANALISI LAICA? Attenendoci al testo freudiano "Il problema dell'analisi condotta da non medici" tradotto dal titolo originale Die Frage der Laienanalyse significa psicanalisi non medica, a nessun titolo debitrice nei confronti della medicina e quindi di una formazione medica. Aggiungo: PSICANALISI LAICA significa anche psicanalisi a nessun titolo debitrice nei confronti della psicologia e della psicoterapia (vedi bibliografia nel sito). Lo psicanalista laico fa una formazione nelle strutture formative (le associazioni di psicanalisi) adeguate a questa pratica specifica, straordinaria e unica. In questo senso si tratta di una formazione non debitrice di riduzionismi invalsi in questi ultimi 50 anni (psicologia, psicoterapia, medicina). Ci sono psicanalisti che si sono formati per lunghi anni sulla psicanalisi, con lauree in settori fra i più differenti, senza avere una ulteriore e non necessaria formazione in medicina, o psicologia o quant'altro, perché la psicanalisi si sostiene da se, senza ancelle di nessun tipo. Va nella direzione di questa proposta la fondazione di una nuova collana editoriale dal titolo "PSICANALISI LAICA" all'interno di un catalogo delle prestigiose edizioni ETS. La psicanalisi laica torna ad avere voce grazie a questo editore intelligente e aperto alle istanze culturale e professionali più avanzate. All'interno di questa collana il primo volume in corso di pubblicazione si intitola Manifesto per la psicanalisi, traduzione italiana del Manifeste pour la psychanalyse, scritto da eminenti colleghi francesi, Sophie Aouillé, Pierre Bruno, Franck Chaumon, Guy Leres, Michel Plon, Erik Porge. l libro, tradotto da Giuliana Bertelloni e rivisto da Paolo Lollo, uscirà nelle librerie italiane a settembre prossimo. Il secondo volume della collana si intitola La questione dell'analisi laica, nuova traduzione italiana del testo Die Frage der Laienanalyse scritto da Sigmund Freud nel 1926. Il testo, tradotto da Antonello Sciacchitano e rivisto da Davide Radice, uscirà a novembre nelle librerie italiane. Entrambi i volumi sono assolutamente essenziali per ribadire il carattere laico, non medico o psicoterapeutico dell'esperienza psicanalitica. Chiedo a ciascun sostenitore del Manifesto di rileggere il Manifesto stesso alla luce di questa sentenza e chiedo a chi abbia a cuore l'esistenza della psicanalisi non medica e non psicologica nel nostro paese di organizzare dibattiti, convegni, corsi sull'argomento, presentando i testi della collana PSICANALISI LAICA e presentando nella occasione il Manifesto, chiedendone la sottoscrizione; si tratta di riprendere un dibattito abbandonato da lungo tempo e la cui assenza purtroppo ha dato i suoi nefasti frutti. Inoltre chiedo che si sviluppi una intensa attività pubblicistica da parte di ciascuno che abbia a cuore il destino della psicanalisi laica nel nostro paese, nelle riviste, nei siti e anche nel sito del Manifesto. Invito ciascuno che scrive testi sulla psicanalisi laica a inviare il testo stesso oppure il link al sito del manifesto, in modo tale da potere essere aggiunto anche nel nostro sito. Questo sito è, come la collana PSICANALISI LAICA, una voce che ha bisogno di essere sostenuta da ciascun firmatario del Manifesto e intende essere un importante strumento di battaglia culturale e professionale. Ci saranno sezioni dedicate a vari argomenti: per cominciare abbiamo inserito una sezione dedicata alla formazione dello psicanalista, nella quale al momento sono presenti su questo tema una intervista a Jacques Nassif, eminente psicanalista del campo lacaniano francese. Seguiranno a breve altre importanti interviste già effettuate (in corso di traduzione e/o revisione editoriale). Chiedo di sottoscrivere il manifesto per la difesa della psicanalisi alle associazioni di psicanalisi che condividano la teoria e la pratica della psicanalisi laica. Occorre invertire anche in questo caso la tendenza di un mondo psicanalitico nel quale prevalgono le divisioni e le diffidenze invece che la condivisione di alcuni principi di base (quali quelli definiti nel Manifesto). Chiedo a ciascun sostenitore del Manifesto di farsi promotore di una campagna per le adesioni al Manifesto, perché la battaglia culturale deve essere di ciascuno, psicanalista, analizzante, ex analizzante, futuro analizzante, amico della psicanalisi laica, amico della libertà di parola. Abbiamo un obbiettivo ambizioso: almeno 5000 adesioni. Ringrazio ciascun sostenitore del Manifesto Un caro e grato saluto Alessandra Guerra Referente del Comitato promotore del Manifesto per la difesa della psicanalisi Ravenna, 8 maggio 2011 email alessandraguerra4@tin.it via Col di Lana 24,48121 Italia tel 0039 335 8130966 - tel 0039 (0)544 402443